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Aurelia, una via che attraversa due millenni

Da strada consolare a grande corridoio di collegamento tra l’Italia e la Francia, l’Aurelia ha ispirato poeti, scrittori e cineasti. Flaubert la amava

Quando il console romano Gaio Aurelio Cotta iniziò nel 251 a.c. la costruzione del primo tratto di Aurelia per collegare Roma a Cerveteri, il suo intento era quello di allacciare la capitale dell’impero alle colonie etrusche appena conquistate. Di certo non avrebbe mai immaginato che un giorno la strada  "consolare"  che portava il suo nome avrebbe ispirato romanzi, poesie e film entrando a pieno titolo nell’immaginario europeo del ventesimo secolo.
Per i romani era una delle più importanti vie di comunicazione. Fu l’esigenza di conquista dell’Impero, di inglobare in sé nuovi territori a farla nascere. In trecento anni Roma sottomise l’Italia e il mondo allora conosciuto trasformando la terra in strada. Cinquantatremila miglia di arterie costruite una dopo l’altra, uno dei più grandi complessi monumentali che l’uomo abbia mai concepito partì da un gruppo di capanne che dominava il Tevere dai sette colli.
La via Aurelia fu costruita su profonde e solide fondamenta di pietra frantumata con una pavimentazione in superficie fatta da massi del peso di 200 libbre ciascuno e fu prolungata, dopo Aurelio Cotta,  da Cerveteri sino alla piazzaforte di Pisa. Qui rimase interrotta a causa della zona paludosa e della presenza ostile degli Apuani. Fu Giulio Cesare nel 56 a.c. a incaricare Marco Emilio Scauro di costruire una sorta di "scorciatoia" che potesse collegare Pisa con Luni, una colonia ligure dalla quale attraverso la via Julia Augusta si poteva raggiungere l’attuale Marsiglia in Gallia. Così, nel corso dei secoli, la via Aurelia andò componendo quella sorta di "puzzle" che oggi è conosciuto come SS1: 962 chilometri di strada che si snodano tra Roma ed Arles in Francia, passando attraverso Ventimiglia, Nizza, Tolone e Marsiglia. A Nimes l'Aurelia si raccordava con la via Domizia, che congiungeva il Rodano ai Pirenei, formando una rete stradale che da Roma arrivava sino alle colonie ispaniche.
Ma questa è anche la strada dell’immaginario. ‘Ho visto una strada bellissima. La via Aurelia’, scriveva Flaubert il 1° maggio del 1846 al suo amico Alfred de Poittevin. Non fu dello stesso parere Tobias George Smollet, scrittore, storico e traduttore britannico, che preferì raggiungere Genova via mare pur di non utilizzare l’antica via stradale: ‘Non capisco perché non si possa restaurare la celebre via Aurelia ricordata nell'Itinerarium di Antonino, che da Roma conduceva fino a Arles. La verità è che i genovesi - aggiunse seccato lo studioso inglese - per un'abietta, egoistica ed assurda politica, evitano di rendere accessibile questa contrada, mantenendo gli abitanti della Riviera nella povertà e nella soggezione». In Smollett non si trova altro che la conferma di quanto nel 1739 consigliava il filosofo e linguista De Brosses: «Bisogna essere dei fessi a prendere una strada come quella». E non aveva tutti i torti, in quel periodo il tragitto non doveva essere dei più comodi, anzi. Di fatto la strada non esisteva più se non sotto forma «di un sentiero strettissimo, molto sconnesso che ci costringe ad arrampicarci», secondo quanto riporta nel 1722 Edward Wright. Mai si lamentò di questo tratto stradale il console francese Henry Beyle, che era solito percorrere lo Stato dei Presidi in vetturino. Forse perché, come il suo contemporaneo Goethe, considerava l’Italia il giardino d’Europa e non un Paese dotato di infrastrutture. Non restano invece ricordi dell’Aurelia nei romanzi di Mary Shelley: la scrittrice percorse questa strada dalla Versilia a Genova sulla carrozza di Lord Byron con il cuore del marito Percy custodito in un cofanetto sopra le ginocchia. Due giorni prima il corpo dell’amato era stato cremato sulla spiaggia di Viareggio. Nel 1827 è Alessandro Manzoni a descrivere l’Aurelia che attraversa le montagne liguri del Levante infestate dai briganti: ‘Partiti con un vetturino da Genova, abbiamo impiegato quattro giornate per essere portati a Livorno. La prima giornata fu un continuo passare di bellezza in bellezza[…]La seconda giornata fu per un brutto su e giù di montagnacce con precipizi; e la giornata finì alla Spezia, con quel bel golfo…’. Le inquietudini di viaggio del Manzoni si trasformano in esaltazione ebbra di vita in Lamartine: ‘Ricordo la notte sull'Aurelia… La corsa dei cavalli accresceva la vertigine della mia ammirazione davanti al sublime e misterioso spettacolo…’. Le montagne liguri che sovrastano la strada divengono in Hemingway occasione per un placido ritratto paesaggistico scritto nel 1922: ‘La strada che scendeva dal passo era dura e liscia e non ancora polverosa nelle prime ore del mattino. Sotto a noi sorgevano colline piene di boschi di querce e di castagni, e in basso, più lontano, si scorgeva il mare’ e ancora ‘Dall'altra parte le montagne erano bianche di neve. Scendevamo dal passo attraverso una campagna boscosa. […] Era domenica e la strada, ora in salita e ora in discesa, ma sempre calando verso la pianura dall'altezza del passo, attraversava macchie e villaggi. […]  Le case erano bianche e gli uomini, nei loro vestiti della domenica, giocavano a bocce in mezzo alla strada. Contro i muri di qualche casa erano piantati dei peri, parevano candelabri sullo sfondo delle bianche facciate. […]. Eravamo in cima all'ultima curva… Scendemmo a zig-zag in mezzo al polverone che imbiancava le foglie degli ulivi. La Spezia si stendeva sotto a noi lungo il mare». Nel 1928 l'Aurelia passò in gestione all'A.A.S.S., la neonata azienda autonoma statale delle strade, che sistemò ed asfaltò l'arteria (che in territorio italiano misurava 727 km), rendendola una moderna via di collegamento.
Nel secondo dopoguerra su questa strada Vittorini e Gadda scroccavano passaggi al poeta Antonio Delfini, che passava sfrecciando con la sua Aprilia. Delfini ricorda Gadda 'sulle curve e controcurve dell'Aurelia. Dovunque si svolta e rivolta per non finire contro il monte o nel tumulto bianco del mare’. Montale era invece il più prudente, arrivava in treno.  Arrivando ai giorni nostri, Niccolò Ammaniti ha costruito la trama del romanzo ‘Ti prendo e ti porto via’ lungo il tracciato che l’Aurelia compie dal Lazio alla bassa Toscana maremmana. E proprio qui, tra i margini della strada e confini del piccolo borgo di Ischiano Scalo, si intrecciano le storie dei personaggi che animano l’opera. Ma la SS1 non è fonte d’ispirazione per i soli letterati. Come dimenticare il Bruno Cortona (Vittorio Gassman) protagonista de ‘Il sorpasso”  (1962)? Bruno, alla guida di una Lancia Aurelia (ancora un omaggio alla strada), e il suo compagno di viaggio Roberto Mariani (Jean Louis Trintignant) ritraggono un’Italia borghese e caciarona ma allo stesso tempo nel pieno boom economico. Nelle sue scorribande sull’Aurelia che si snoda tra Fregene e l’alto Lazio,  il regista Risi descrive un Paese che ha voglia di mettersi in moto per celebrare il rituale di una domenica attraversata spensieratamente dalle utilitarie e dal nuovo fenomeno della Vespa. E’ questa la strada che più di altre nel corso degli anni sessanta ha rappresentato un mito collettivo e generazionale verso la vacanza, il benessere e l’evasione. E’ questa la strada che forse più delle altre ha accompagnato l’Italia nella sua storia, dall’impero romano alla Fiat seicento che correva verso il mare
Nicola Zecchini
 
 

 
 
 
 
 

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