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Processo Eternit: arriva la condanna a 16 anni di reclusione

Disastro ambientale doloso e omissione volontaria della cautele antinfortunistiche sono i capi d’accusa per gli imputati

Roma 15 febbraio 2012 - Eternit deriva dal latino “aeternitas”, che significa eternità. E’ questo il nome che fu scelto per ricordare l’elevata resistenza di un materiale brevettato nel 1901 e composto da fibrocemento a base di amianto. Ed è anche il nome scelto dalla società che lo produceva e che aveva impiantato, sin dall’inizio del secolo scorso, diversi stabilimenti sul territorio nazionale.

Oggi Eternit è diventato un sostantivo simbolo di morte, così come le gravi malattie ad esso collegate - ovvero quella terribile forma di cancro nota come mesotelioma pleurico e l’asbestosi, malattia polmonare cronica dovuta all'inalazione di fibre di amianto - colpevoli di avere ucciso operai e famigliari che avevano a che fare con la polvere di amianto.

Il numero dei decessi registrati è spaventoso: le persone decedute, aggiornate al 5 ottobre 2011 sono 1830, a cui si aggiungono altre 1027 parti lese. E, purtroppo la cifra è destinata a crescere, nonostante sin dal 1992 in Italia ne sia vietata l'estrazione, l'importazione, l'esportazione, la commercializzazione e la produzione: ciò è dovuto al periodo di incubazione della malattia che si aggira intorno ai 30 anni.

All’Eternit SpA è stato fatto a Torino un processo che è tra i più grandi procedimenti nel campo dei reati ambientali che si sia mai celebrato in Italia e nel mondo: al centro del dibattimento le morti, legate alla lavorazione del pericoloso materiale nelle quattro sedi italiane dell'azienda a Cavagnolo, Casale Monferrato, Rubiera e Bagnoli.

Il dibattimento si è snodato attraverso 65 udienze, con 6.392 parti civili, tra il 2009 e il 2011 e, lunedì scorso, il Tribunale ha emesso il suo verdetto: disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche. Sono questi i capi di accusa imputati al magnate svizzero Stephan Schmidheiny, 65 anni, e al barone belga Louis De Cartier De Marchienne, 91 anni, condannati a 16 anni di reclusione.

La condanna vale per i reati commessi negli stabilimenti piemontesi di Casale e Cavagnolo, dal 13 agosto 1999 in avanti. Quelli precedenti risultano invece prescritti, come i reati contestati negli stabilimenti di Bagnoli (Napoli) e Rubiera (Reggio Emilia).

Lunghissimo l'elenco dei risarcimenti, la cui lettura da parte del giudice Giuseppe Casalbore è durata tre ore. In particolare, ai Sindacati andranno 100 mila euro ognuno, 4 milioni al Comune di Cavagnolo, 15 milioni di provvisionale all'Inail (da revisionare in sede civile), 5 milioni all'Asl. Alla Regione Piemonte spettano 20 milioni, mentre il Comune di Casale Monferrato (che aveva nei giorni scorsi rifiutato un risarcimento da parte degli imputati di 18 milioni di euro), sarà risarcito con 25 milioni. A ciascuno dei parenti delle vittime costituitisi parte civile andranno tra i 30 e i 50 mila euro. In base ai primi calcoli, il risarcimento ai familiari dovrebbe ammontare a 95 milioni, all'Associazione Vittime dell'Amianto 100 mila euro. In tutto il numero delle parti civili supera le 4500.

Nel giorno della sentenza l'aula del tribunale era piena fino all'inverosimile, con gente in piedi: circa 1.500 le persone giunte da tutta Italia e da molti Paesi stranieri per assistere alla lettura della sentenza.

Nonostante il giudizio la battaglia contro l’amianto non è conclusa, poiché occorre completare la bonifica delle aree. Sono diverse le costruzioni nel nostro Paese ancora non smaltite prodotte con l'eternit fino al 1986 e in condizioni precarie, per via del deterioramento causato dal tempo. Infatti, per legge lo smantellamento di tetti o altri manufatti che contengono amianto è obbligatorio solo se si trovano in uno stato di degrado tale da poter formare delle particelle che possono essere inalate.

Ricordiamo che sin dal 1996 è stato predisposto un piano di bonifica territoriale per la deamientizzazione anche dei siti privati. La legge vieta di abbandonare nell'ambiente oggetti in fibrocemento a base di amianto o di smaltirli con i normali rifiuti. E il lavoro di smaltimento può essere svolto solo da ditte autorizzate, con particolari tecniche di bonifica che impediscono il rilascio di polveri, prima della rimozione e dello smaltimento definitivo in apposite discariche. Peraltro, sarebbe necessario continuare a fare anche opera di prevenzione visto che, nonostante in Europa l'eternit sia stato messo al bando negli Anni ‘90, ci sono Paesi dove viene utilizzato, come Russia, Canada, Cina, India, Brasile, Thailandia.

Marco Michelli
 
 

 
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