Roma, 30 maggio 2011  

Il G8 stanzia 40 miliardi di dollari per la “primavera araba”

Previsti investimenti per infrastrutture e opere pubbliche

Roma, 30 maggio 2011 - La decisione più importante del summit del G-8 che si è svolto il 26-27 maggio a Deauville sotto la regia del Presidente francese Nicolas Sarkozy è stata la messa a punto di un pacchetto di aiuti e prestiti per un ammontare di 40 miliardi di dollari - fra prestiti degli organismi finanziari internazionali, Banche di sviluppo e aiuti diretti – per sostenere i protagonisti della “primavera araba” (per ora Tunisia ed Egitto), che hanno sloggiato dal potere le autocrazie esistenti e si avviano ad elezioni che si spera libere e democratiche. La parte preponderante di questa somma è destinata a sostenere l’occupazione (e quindi infrastrutture e opere pubbliche).

“Abbiamo lanciato il “Partenariato di Deauville” – recita la dichiarazione finale del vertice – Siamo pronti ad aprire questo partenariato globale e di lungo termine a tutti i paesi della regione che intraprendono una transizione verso una società libera, democratica, tollerante”. Nel suo intervento al G-8 il presidente Sarkozy ha fatto esplicito riferimento al modello degli aiuti all’Europa dell’Est, dopo la caduta del muro di Berlino e si è adombrata la possibilità che la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS) possa trasferire la sua esperienza e le sue migliori pratiche per i paesi della sponda sud del Mediterraneo.

Il Piano d’azione si basa un “Fondo di transizione ad hoc” per far fronte alle esigenze finanziarie immediate dei due paesi protagonisti della primavera araba, dopo il crollo delle attività economiche e del turismo che rappresentava il 10-12% del PIL . Tale fondo sarà alimentato dai contributi diretti promessi dai paesi del G-8 per un ammontare 8 miliardi di Euro che vanno ad aggiungersi a 1,2 mld di E già stanziati dall’ Unione Europea ( la Germania si è impegnata per 300 milioni (mln), l’Inghilterra per 180 mln, la Francia per 1 circa un miliardo per i prossimi 3 anni). Questo fondo sarà gestito dalla Commissione europea e dovrà mirare alla creazione di posti di lavoro per i giovani e i disoccupati della Regione. Il ministro delle Finanze della Tunisia Jelloul Ayed , uno dei paesi invitati insieme all’Egitto al vertice, ha espresso “grande soddisfazione”, sostenendo che la Tunisia ha bisogno di investire 5 mld di dollari all’anno nei prossimi 5 anni per creare posti di lavoro a beneficio dei 700 mila disoccupati tunisini.

Tuttavia il grosso dei finanziamenti verrà dalle istituzioni finanziarie internazionali. La Banca Mondiale ha deciso di stanziare 6 miliardi di dollari, di cui (4,5 mld) per Egitto e (1,5 mld) per la Tunisia, a condizione che questi due paesi proseguano le riforme del loro sistema economico e politico. Il Fondo monetario internazionale in una nota trasmessa al G-8 a Deauville si è impegnato a mettere a disposizione prestiti per 35 mld di dollari (24,8 mld di E) ai paesi arabi che ne faranno richiesta, a determinate condizioni. Secondo il FMI : “La stabilità sociale e politica sarà assicurata solo a patto che la regione crei dai 50 a 70 milioni di posti di lavoro nei prossimi a 10 anni per coloro che entreranno nel mercato del lavoro e per riassorbire la disoccupazione e solo se il modello economico sia visto come giusto e profittevole per tutti”. Per ottenere questo risultato non basta una crescita graduale, ma è necessario un aumento considerevole del ritmo di crescita e un contesto favorevole per il settore privato. Il FMI invoca pertanto delle politiche che assicurino “stabilità, un contesto economico più aperto e favorevole al settore privato” e “delle istituzioni efficaci e trasparenti”.

Solo pochi mesi fa la rappresentante per la politica estera della UE Catherine Ashton aveva offerto alle nuove autorità tunisine un aiuto di 17 milioni di E come anticipo di 258 mln promessi fino al 2013, che il Ministro dell’Industria tunisino Afif Chelbi aveva definito “ridicolo”, aggiungendo :“. Ancora una volta l’Unione Europea non si dimostrava all’altezza del compito di confrontarsi con la regione mediterranea”.

I progetti per la rinascita del Nord Africa Il finanziere Tarak Ben Ammar, che fa parte del “Comitato di saggi” che assiste l’elaborazione di una nuova Costituzione in Tunisia, ha detto che se le nazioni europee intendono veramente aiutare la Tunisia e gli altri Paesi del Nord Africa ci sono alcuni progetti da far partire subito nel quadro di un approccio integrato, cioè dello sviluppo delle infrastrutture nei settori dell’energia, dell’acqua e dei trasporti. Si parte con la bonifica degli Shatt, le depressioni di acqua melmosa del deserto tunisino ed algerino che possono essere bonificati e trasformati con investimenti non ingenti in terre fertili e produttive. In questo ambito c’è un progetto dell’ENEA per la bonifica dello Shatt El Djerid in Tunisia e della New Valley, una vasta area situata nel sud dell'Egitto, all'estremità del deserto Libico, con capitale la città di El-Kharga situata nell'omonima Oasi. Qui grazie ai sistemi di irrigazione provenienti dal Lago Nasser e alla stazione di pompaggio di Toshka inaugurata nel 2005 sono stati trasformati 2.360 kmq di deserto in terreno coltivabile. L'Oasi di Dakhla, a 190 km a ovest di Kharga, è costituita da più di 600 sorgenti e laghetti naturali. Fra frutteti e campi rigogliosi, si trovano pittoreschi villaggi in mattoni di fango. L'oasi è abitata da circa 70.000 persone e produce riso, manghi, arance, olive, datteri e albicocche. Il completamento del progetto previsto per il 2020 richiede investimenti per costruire stradi, collegamenti, centri urbani in grado di ospitare 3 milioni di persone e aumentare del 10 l’area delle terre coltivabili dell’Egitto. L’Africa Occidentale è da sempre un’area contraddistinta da un fragilissimo equilibrio tra la domanda alimentare di una popolazione in costante aumento e la scarsa offerta di risorse naturali messe in pericolo da eventi climatici calamitosi, come le devastanti siccità del Sahel degli anni ’70 e’80 che produssero milioni di morti e di profughi ambientali. Uno dei progetti su cui si è lavorato, rimasto irrealizzato, è il progetto “Transaqua” per rivitalizzare il lago Ciad, ridotto a una palude melmosa, responsabile della desertificazione crescente dell’ area del Sahel, strettamente legato alle sorti del monsone africano, responsabile dei cambiamenti climatici nel nostro emisfero. Questi progetti sono la chiave per lo sviluppo agro-industraiale del Nord Africa, per la sicurezza alimentare e per invertire la rotta dei cambiamenti climatici che hanno ripercussioni dirette sull’Europa.

Altri progetti riguardano investimenti nell’energia solare e in particolare il progetto Desertec. Come è noto la scienza ha reso disponibili soluzioni tecnologiche che permettono di captare i raggi solari per la produzione diretta di energia elettrica con le tecnologie fotovoltaiche (che non sono però in grado di fornire massicci quantitativi di energia) o per il riscaldamento di fluidi che innescano cicli termodinamici del tutto identici agli impianti convenzionali per la produzione di energia elettrica alimentati a olio combustibile o gas metano. Su quest’ultima tecnologia, il solare termodinamico, si stanno concentrando gli sforzi dei paesi più avanzati, Italia compresa, e dei paesi che hanno a disposizione grandi estensioni desertiche, senza alcun valore commerciale, e una fortissima insolazione. Due condizioni di esercizio che favoriscono l’utilizzo di questo tipo di impianti che hanno bisogno di grandi superfici e di un forte irraggiamento per captare la maggiore quantità di raggi solari.

In Italia, l’ENEA è impegnata da più di un decennio nello sviluppo di impianti solari termodinamici e ha raggiunto livelli tecnologici di avanguardia. Il valore strategico di questa tecnologia risiede in pochi numeri: un impianto solare termodinamico che capti i raggi del sole di aree desertiche del Nord Africa per una superficie di 47x47 chilometri, pari a 2.225 chilometri quadrati è in grado di produrre tutta l’energia elettrica bastante al nostro paese.

Il progetto “Desertec” (cui partecipano Germania, Francia, Italia e alcuni paesi nord africani francofoni) punta a raccogliere la sfida offerta da questa tecnologia e si propone in qualche decennio di sostituire gli oleodotti che attraversano il Mediterraneo con reti di elettrodotti che portano energia pulita in Europa, con indubbi vantaggi economici, ambientali e di geopolitica.

Il progetto Desertec, così come gli altri sopra ricordati, è stato abbandonato per mancanza di finanziamenti e altre motivazioni attinenti agli interessi delle multinazionali del petrolio, ma oggi sulla base delle nuove esigenze e delle possibilità offerte dalla tecnologia dovrebbe essere ripreso e rilanciato su vasta scala, usufruendo dei finanziamenti che la comunità internazionale si è impegnata ad offrire ai paesi del Nord Africa, se si vuole veramente mettere un argine alle ondate migratorie che tanto hanno fatto discutere in Italia.

Fra gli altri progetti, presentati a suo tempo e poi messi nel cassetto, vi è quello, proposto dall’ENEA nel 2007, di un collegamento Europa-Africa, attraverso un tunnel sottomarino nel Canale di Sicilia fra la Tunisia e la Sicilia, simile a quello della Manica (Eurotunnel), per il solo trasporto merci. Questo progetto non è alternativo a quello, lanciato dalla Spagna negli anni 80, per un tunnel ferroviario dello Stretto di Gibilterra, ma è complementare ad esso. Il collegamento Tunisia-Sicilia della lunghezza complessiva di 130 km ( di cui meno di 50 sottomarine, diviso in 4 tratte di ridotta lunghezza mediante la formazione di 4 isole artificiali) dovrebbe poi collegarsi al Ponte sullo Stretto di Messina e a tutta una serie di raccordi internodali che dovrebbe ridurre i tempi di percorrenza da Tunisi ad una città del Centro Europa (oggi effettuato via nave e poi su gomma o su rotaia) da 20 giorni a 2-3 giorni.

Progetti avveniristici che per il momento non hanno alcuna possibilità di realizzazione, ma che in una prospettiva di lunga scadenza e in una visione di futuro potrebbero davvero avvicinare ed integrare Europa ed Africa e creare quella complementarietà che finora le politiche di “buon vicinato” della UE, come il “processo di Barcellona” o l’Unione euro-mediterranea, non sono state in grado di assicurare.

Giancarlo Pasquini