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Roma, 14 marzo 2011  

Stretto di Bering: il tunnel sottomarino più lungo del mondo

Un sogno che dura da 160 anni

Roma, 14 marzo 2011 - Ritorna, come vincitore del Gran Premio per l'innovazione all'esposizione Universale di Shanghai,  il sogno del "Tunnel della Pace" tra la Russia e l'Alaska.  Il progetto made in Russia che ha vinto il premio prevede infatti di collegare, attraverso un tunnel sottomarino, lo Stretto di Bering, un mare ghiacciato a 60 gradi sotto zero. Il tunnel sarà composto da 3 sezioni che ospiteranno una ferrovia, un'autostrada e un oleodotto, oltre ai vari collegamenti per energia elettrica. Sono numerosi gli interessi e i benefici che fungono da fattore trainante per la realizzazione del progetto. Un treno merci permette infatti di trasportare carichi notevolmente maggiori rispetto ad un aereo, sia in termini di peso che di ingombro, senza considerare i vantaggi del trasporto di petrolio (e suoi derivati) tramite oleodotti anziché petroliere. Incentivo prioritario è poi la possibilità di sfruttare le immense risorse di petrolio e gas naturali presenti in Siberia ed in Alaska. Con la domanda energetica in continua espansione, un oleodotto tra i due continenti potrebbe ridurre la dipendenza mondiale dal medio oriente e rafforzare l’economia. Non da meno i benefici ambientali. Spostare il trasporto delle merci dal marittimo e aereo ad un sistema ferroviario alimentato ad energia, magari idroelettrica, significherebbe limitare consistentemente l’emissione di CO2 dovuta all’uso di combustibili fossili.

La stretto che separa la Russia, dunque l’Asia, dagli Stati Uniti e dal resto dell’America del Nord, prende il nome da Vitus Bering (1681-1741), un esploratore danese al servizio dello zar, che attraversò lo stretto nel 1728. Il canale è lungo 37 chilometri, ma in realtà la distanza tra le terre dei due continenti è poco più di 4 chilometri, ovvero la distanza tra le due isolette che spuntano dalle gelide acque artiche: la russa Grande Diomede e l’americana Piccola Diomede. Tra di loro l’International Date Line, che separa per convenzione i due mondi dal 1867. Da quando Mosca vendette l’Alaska agli Stati Uniti per poco più di 7 milioni di dollari. In realtà, nei periodi delle glaciazioni geologiche, i due continenti sono stati uniti da uno spesso ghiacciaio, come dimostrato da numerosi reperti fossili. E’ accaduto in due occasioni in passato. La prima volta avvenne circa 60.000 anni fa e la seconda 45.000 mila anni dopo. In entrambi i casi, il ponte naturale fu successivamente sommerso dal disgelo e dal conseguente avanzare del mare. Il collegamento naturale durò solo poche centinaia d’anni, sufficienti per favorire l’accesso verso il nord e il sud America delle popolazioni nomadi dell’Asia.

Il sogno di congiungere artificialmente le due terre iniziò ad essere coltivato già nel 1849, quando il governatore del Colorado William Gilpin avanzò la proposta di collegare l’America all’Europa via Siberia attraverso un sistema di ferrovia intercontinentale che prevedeva la costruzione di un ponte per superare lo Stretto di Bering. Nel 1905 fu la volta di E.H. Harriman, presidente dell’Unione Ferroviaria del Pacifico, a lanciare un progetto di costruzione di un sistema stradale tra i due continenti. Il progetto prevedeva il collegamento dei 48 Stati Usa all’Alaska via Canada, poi il passaggio dello stretto e da lì la connessione alla Transiberiana. A causa della guerra russo-giapponese del 1904-1905 però il Giappone, allarmato dalle implicazioni strategiche del progetto, sottoscrisse un accordo con il governo americano per impedire qualunque passo avanti nella sua realizzazione.

Nel 1906 il New York Times lanciò il progetto franco-americano del Barone de Lobel, capo del consorzio franco-statunitense Trans-Alaska-Siberia Rail- road Company . La nuova proposta prevedeva la costruzione di una rete ferroviaria intercontinentale con un tunnel sotto lo Stretto di Bering. De Lobel riuscì a raccogliere ingenti finanziamenti ma la Russia si oppose al progetto.

Cinquant’anni dopo, nel 1958, T.Y. Lin, ingegnere americano di origine cinese, ripropose l’idea di bypassare lo stretto con un ponte. Nel 1968 Lin fondò la International Peace Bridge Corporation e realizzò un approfondito studio di fattibilità del progetto.  Il progetto di Lin prevedeva la realizzazione di un viadotto di circa 100 km in corrispondenza del meridiano dov’è previsto il cambiamento di data. Un viaggiatore partito di sera dalla parte Russa, sarebbe dunque arrivato in Alaska la mattina del giorno prima, viaggiando indietro nel tempo. Il megaponte di Bering secondo Lin doveva essere sostenuto da 220 piloni, poggiati su 220 campate, diviso in tre distinti livelli. Il più alto adibito ad autostrada a due corsie, quello intermedio destinato ai treni ad alta velocità. Il terzo livello, più basso, per un oleodotto per petrolio e gas. Il pericolo più insidioso da scongiurare è sempre rappresentato dagli enormi banchi di ghiaccio, molto pericolosi in primavera quando gli iceberg si sciolgono e i blocchi si spostano più velocemente. La sagoma della base dei piloni venne quindi disegnata con la forma di una stella a 16 punte. Le punte hanno il compito di far infrangere le onde enormi che sbattono sulle fondamenta, distribuendo l’impatto all’intera struttura.

Si sono insomma susseguiti nel tempo progetti di collegamento, proposti da parte di un continente o dall’altro, che si sono scontrate con una situazione geopolitica ed economica estremamente delicata.

I problemi legati alla realizzazione di un collegamento (ponte o tunnel) sullo stretto di Bering sono dunque  numerosi : investimento economico smisurato, condizioni climatiche rigide e situazione di lavoro ardua in uno degli ambienti più ostili del mondo, interessi politici complessi e in continuo divenire. Problemi controbilanciati da evidenti vantaggi economici realizzabili, ma i cui frutti si inizierebbero a cogliere solo dopo l’effettiva realizzazione dell’opera.

Difficile prevedere tempi di effettiva realizzazione ma, idealmente collegare, due continenti, due culture, due mondi attraverso un ponte o un tunnel “della pace” resta un bel sogno.

Francesca Baron