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Roma, 8 giugno 2011  

La via Appia “una strada mitica”

Paolo De Falco racconta la sua esperienza sulla consolare più magica

Roma, 8 giugno 2011 - Paolo De Falco racconta la sua esperienza sulla consolare più magica

Come mai ha scelto la Via Appia come oggetto del suo film?

La Via Appia è una strada mitica. Non solo per il nostro paese. E’ stata la prima grande strada dell’antichità che ha permesso nel tempo l’incontro tra popoli diversi. Si tratta di una strada reale che parte da Roma e arriva a Brindisi (o forse il contrario), una strada che attraversa quattro regioni e che ora è quasi inesistente, nel senso che non esiste più come un tempo, come un’entità definita, un percorso sul quale mettersi e che automaticamente ti conduce. Se qualcuno volesse percorrerla dopo un po’ comincerebbe a perderla, a non sapere più in quale direzione andare… a smarrirsi. Si troverebbe su una strada che ha preso altri nomi o che è stata cancellata dalle superstrade che le passano accanto o sopra. Che l’hanno schiacciata verso l’oblio. Insomma oggi l’Appia è una strada che c’è e non c’è. Ecco, credo che questo è ciò che mi interessava: la sua intermittenza, la sua inconsistenza apparente. Che forse, però, nasconde ancora un potere segreto: quello di una realtà che perdura nell’inconscio collettivo, nella memoria perduta.

Il potere del mito esiste ancora nel nostro tempo?

Penso mi interessasse esplorare questo, tentare di restituire la resistenza, la sopravvivenza del mito dentro di noi. E poi io amo molto il viaggio. L’intimità e l’estraneità che i veri viaggiatori stabiliscono con il mondo. E volevo viaggiare in Italia forse per tentare di ravvivare un amore che si sta spegnendo, una storia d’amore tra me e il mio paese che non cammina più. Ho scelto il sud, una sua strada, non perché sia un uomo del sud, perché volessi raccontarlo (che il sud non si può raccontare forse), né perché mi interessasse cantarne la sua essenza o denunciare i suoi disfacimenti, ma perché l’Appia, più di ogni altra via, almeno in Italia, raduna un percorso che non è solo geografico o storico … perché essa è insieme una cosa reale, anche se piena di “buchi”, di “mancanze” e una metafora potente. Se qualcuno vorrà viaggiare con l’Appia dopo aver visto il film, vorrà cercare il suo potere allora sarà lui o lei a scoprire di che metafora si tratta. Il film forse è un invito e un suggerimento, non dà risposte precise. Al limite restituisce dei percorsi emblematici di tre protagonisti complessi e dal carattere forte, di fronte ai quali gli spettatori possono interrogarsi credo in maniera fertile.

Da quel che si evince dal suo film, questa strada potrebbe essere come un anello di congiunzione tra passato e presente.

Sì ma anche con il futuro. Il mito, il potere del mito, sta nel suo tempo aperto. Personalmente non mi interessa la celebrazione della memoria ma il contatto che gli uomini possono provare con l’assenza del tempo. E quando si entra in questa “zona”, l’uomo diventa più potente. Diventa un albero che cammina, che tocca, che respira, che intuisce. Durante la lavorazione ho avuto l’impressione di essere guardato dall’Appia, di essere mosso da lei. Di essere dentro qualcosa di vivo. Questa percezione mistica non vuol dire perdere il contatto con la realtà ma semmai ampliarlo. Antonio Pascale, che è uno scrittore molto acuto, è uno dei tre personaggi. L’ho scelto per vari motivi: è tra gli intellettuali contemporanei quello forse meno retorico, il più lucido nell’osservazione della realtà. Quello che accetta veramente la complessità delle cose anche per la sua formazione scientifica, laica, per la sua vocazione inquieta. E’ chiaro che pensando ad un viaggio sull’Appia non potevo non pensare ad una figura di intellettuale che, miticamente, evocasse le figure dimenticate di Carlo Levi, Cederna, Pasolini che hanno scritto sull’Appia e per l’Appia, per la sua difesa. Un uomo “nel mezzo del cammin di sua vita” che mettesse il suo smarrimento, la sua inquietudine, la sua sete al servizio di un’esplorazione, un’interrogazione civile. Ma Pascale, che con le sue riflessioni ironiche, le sue nevrosi, le sue spine, il suo occhio veloce sa stare al mondo, mentre procede, mentre incontra, mentre argomenta e chiede e si chiede, comincia a perdere la parola. A perdere certezze. Fino a sognare, fino ad arrivare insieme ad una misteriosa archeologa all’antro degli inferi dedicato alla dea Mefite, un luogo in Irpinia vicino al Comune di Rocca San Felice. Insomma Pascale giunge sull’orlo. Lui democratico, razionale, consapevole dei suoi mezzi viene portato dalla strada vicino alla morte. E’ come se la strada lo avesse condotto lì per chiedergli di svolgere la sua funzione senza arroganza… forse.

Quindi potremmo definire la via Appia come un navigatore dell’esistenza.

Sì, io non amo i navigatori satellitari che sono oggi sulle macchine. Preferisco attivare il navigatore interno che ti fa immaginare, intuire, rischiare. E che a volte ti suggerisce, ti costringe a chiedere la direzione ad altri viandanti. E’ faticoso chiedere la direzione a un passante ma ci costringe all’ascolto e questo è importante. Nel film ci sono tre percorsi, tre viaggi diversi condotti da persone differenti con mezzi diversi. Uno scrittore, un navigatore, un ferroviere. Qualcuno ha detto la mente, lo spirito e il corpo. Forse, ma non amo gli schemi. Bruno Ostuni è un macchinista che ha nel corpo la memoria contadina, il lavoro fisico, la percezione attenta dei segni della natura. Il suo lavoro è soprattutto un lavoro di controllo: il treno è sul binario … va da solo ma lui deve stare attento ai segnali. E lui sta attento non solo al treno ma anche al paesaggio che gli scorre vicino, che entra ogni giorno in lui. Bruno è una straordinaria figura di sentinella del paesaggio, di custode dei suoi cambiamenti. E quando finisce il suo lavoro a casa lo aspettano i cavalli. E allora lui parte a cavallo con i suoi figli per cercare la natura più incontaminata, per dormire sotto le stelle, per salvarsi. Giacomo De Stefano è un navigatore solitario che ama i fiumi. Ora, mentre scrivo, ha ripreso un viaggio folle che qualche mese fa (dopo che avevamo girato il film) aveva dovuto interrompere perché stava per morire. Con una piccola barchetta a remi è partito da Londra per arrivare ad Istanbul. Prima di questo e prima del film aveva navigato tutto il Po sempre a remi. Fa questo non per vivere l’adrenalina performativa, o non solo, ma anche perché ama la natura, i fiumi e si sente in missione per conto di essi. I fiumi che sono totalmente dimenticati e invece così importanti. E’ un uomo che mi fa pensare a San Francesco anche se non ha il vestito da frate, anche se la sua voglia di solitudine e di oblio nella natura nascondono molte cose. Come tutti è un individuo complesso e le sue scelte hanno molte radici. Di Pascale ho già detto. Aggiungo solo che la sua riflessione sull’ipocrisia del prodotto tipico il film la fa sua, a tal punto non solo da negare un sud stereotipato (come quello della camorra o delle notti della taranta) ma anche il dualismo tra scienza e sentimento. Pascale giunge al Cira di Capua, il Centro di ricerche aerospaziali, per cercare il futuro in questo paese insieme a una “compagnia” di persone anziane in visita presso il centro, ma deve prima entrare nel tunnel del vento. Il futuro ha bisogno di una fede, ma dal tunnel si esce con la scienza e con il sentimento. Ci vogliono la sete, l’utopia di Icaro ma anche ali non di cera.

Insomma l’Appia, forse, è solo un pretesto, uno dei tanti percorsi possibili per tentare di vivere ancora con intensità. Siamo nell’anno della celebrazione dell’unità italiana ma ciò che deve essere unito siamo noi italiani. Sarebbe importante se diventassimo più interessati all’altro, al suo destino come alla sua storia. Ma l’Appia è una strada anche che raduna un grande patrimonio archeologico e storico

Certo. Questo patrimonio però è un’eredità difficile. A volte mi chiedo perché abbiamo distrutto così tanto del nostro patrimonio, qualcosa che unisce tutti noi italiani, tanto che Levi credeva che fosse questa “appartenenza” il vero cuore dell’identità italiana. E’ difficile rispondere, certo fondamentale è la mancanza di una profonda sensibilità o coscienza civile negli individui che deriva dal cattivo esempio della politica e dall’ignoranza progressiva, ma credo ci sia anche un’altra ragione inconscia profonda. Noi distruggiamo fondamentalmente perché vogliamo liberarci di un peso. Quando questo peso non diventa una nostra conquista, non lo metabolizziamo come qualcosa che si fa usare creativamente. L’Italia è il paese della retorica. Ma non sa lasciare l’eredità nel modo giusto. Non sa lasciare, non solo ai giovani, ma a chi vuole adoperare, fare, cercare. La palude, il tunnel in cui siamo è soprattutto psichico. A me non scandalizza che Pompei crolli, mi scandalizza che essa non diventi lo scenario dove gli studenti possano imparare la storia sentendone la polvere, lo scenario delle loro lezioni. Basta con questa scuola tutta in interno, bisogna studiare in esterno, professori e allievi, dalle elementari all’Università, camminando anche tra le macerie… Bisogna portare la drammaturgia del paesaggio tra le materie fondamentali della nostra formazione, e dare ai bambini telecamere, macchine fotografiche per capire il mondo. Non basta il linguaggio parlato o quello scritto che sono ormai logori. Bisogna usare il nostro patrimonio anche rischiando fortemente. Altrimenti la sua distruzione, il degrado sarà forse più controllato ma inesorabile. Il paesaggio, l’eredità muore prima di tutto in noi e poi fisicamente. Che senso ha tenere perfettamente custodito il David se non c’è nessuno più in grado di percepire il suo potere?

Il film ha avuto molti consensi al Festival di Torino e di Lecce, come si potrebbe sdoganare secondo Lei il cinema indipendente in Italia, soprattutto se racconta un importante valore storico del suo Paese? E soprattutto quanto è importante finanziare questo tipo di opere?

Questo rispecchia il Paese. Non è una questione di soldi né di potere politico, né di destra né di sinistra. Come sa, c’è stata una giusta protesta per i tagli che in parte sono rientrati, ma il problema non è fondamentalmente questo bensì, ripeto, psicologico, cioè della vitalità della classe dirigente soprattutto in ambito culturale. La rivoluzione digitale permetterebbe una democratizzazione culturale, ci possono essere e ci sono già tante possibilità di distribuire film nelle sale digitali o anche con internet; qualsiasi associazione culturale sul territorio può fare in maniera seria delle proiezioni con un videoproiettore. Invece quello che è successo in questi anni è che sono nati tantissimi festival e questi festival sono a mio parere inutili. Bisogna prima di tutto, come dicevo, portare il cinema nelle scuole. Studiare il cinema. Anni fa ci fu una polemica tra Calvino e il critico Aristarco se il film dovesse essere vissuto come un oggetto di studio o piuttosto un viaggio a cui abbandonarsi, da “ricevere” senza troppo controllo razionale, come un’esperienza estetica libera… diceva Calvino. Ma che cos’è la liberta? Che cos’è senza le regole? Allora tifavo per Calvino oggi ho cambiato idea. Pur essendo uno che cerca l’abbandono, che propone l’abbandono come scoperta e potenziamento della coscienza. Oggi bisogna ritornare a studiare, a costruire il seme comune, a ricostruire il principio oggettivo delle cose per poi affidarlo al mistero individuale. Senza questa premessa non ci può essere spazio per l’arte, per una cultura viva. Tu dici cinema indipendente, ma che cosa vuol dire? Indipendente da che? Io voglio fare un cinema dipendente da molte cose… Certo dipendere da questo ambiente culturale così poco umile è molto doloroso. In Italia c’è un problema di atteggiamenti, di dialogo. Siamo stati un paese straordinariamente vitale negli anni ‘50, ‘60 e ‘70 e ora, nonostante la nostra complessità antropologica, nonostante il nostro dna, annaspiamo nella superficialità. Tuttavia non ho soluzioni, se non quella di continuare a fare. Forse anche studiare non servirebbe… forse noi italiani siamo ancora all’avanguardia: stiamo distruggendo tutto perché il futuro ha bisogno di un azzeramento. Non bastano le crisi episodiche, l’uomo ha bisogno di ritornare ad andare a cavallo, a curarsi con le pietre e con le mani per poi ritornare a casa e dominare sui computer. O almeno tenergli testa!

Lei mostra diverse forme di trasporto, su rotaia, su gomma, via acqua. Quale è secondo lei il trasporto più giusto che si dovrebbe utilizzare in questo momento della Storia?

Eh… forse il cavallo, mi piacciono molto gli indiani. Ogni volta che vedo il film mi emoziono quando la faccia di Bruno a cavallo si trasforma sempre più in quella di un indiano. Quando sei a cavallo stai con il paesaggio; è come quando fai pipì sotto le stelle, dopo un poco alzi la testa, rilassandoti. Così sul cavallo sei metà animale e metà angelo. Ti apri, accogli… almeno così mi sembra. Kafka ha scritto un bellissimo racconto nel quale restituisce questa sensazione meravigliosa del volo che può dare il galoppo. Penso che il cavallo sia allo stesso tempo il mezzo che ti avvicina alla terra come al cielo. Le radici attaccate ai fianchi che pulsano e il petto, la testa che restano senza peso. Ma insomma non lo so qual è il più giusto. Ognuno può cercarlo. De Stefano mi ha insegnato la bellezza della barca. Con lui abbiamo cercato di restituire la simbiosi che si crea tra uomo e barca. La culla, la tana, la soluzione… che può essere una barca. Ma bisogna tirarla quando non c’è più acqua. E oggi l’acqua scarseggia, no? Specie sui fiumi. E poi il treno. Nel film troverete i piccoli treni delle Appulo lucane che attraversano un paesaggio bellissimo al confine tra Irpinia, Lucania e Puglia. Oggi sono quasi deserti questi treni, solo qualche immigrato e qualche studente li prendono. Ma sono fantastici, e poi magari viene voglia di scendere e camminare nella campagna, in mezzo ai boschi e poi… viene la notte e poi così… la notte passa.

Erminio Fischetti